Difesa popolare nonviolenta e misure anti Covid19

 

Francesco Lo Cascio

 Il periodo iniziale della pandemia da Covid19 in Italia mi ha colpito per l’affermarsi dal basso di nuove figure di riferimento, di nuovi “eroi” del quotidiano legati prevalentemente a figure della società civile: medici, infermieri, operatori della sanificazione degli ambienti e degli spazi, impiegati del settore alimentare, ma anche al mondo della scuola che, da principio – privo di indicazioni ufficiali – ha provveduto autonomamente a non abbandonare gli studenti, e financo agli amministratori dei comuni grandi e piccoli. Questo nuovo panorama sociale mi richiama alla mente quello che, da nonviolenti abbiamo a suo tempo definito come Difesa Popolare Nonviolenta[1].

É interessante notare l’evoluzione della narrazione ufficiale delle vicende avvenuta nei mesi del “lockdown” legata alla pandemia, dapprima affermatasi, appunto, come racconto degli interventi di “soccorso” declinato secondo modelli di eroismo civile[2]. I medici i sanitari e quanti garantivano la prosecuzione dei servizi logistici, dell’igiene, della distribuzione alimentare e dei farmaci da un lato; figure professionali e di volontariato civile e religioso, che si impegnavano al servizio di quanti rischiavano la propria vita per il diffondersi del virus dall’altro.

Icona preponderante dei giorni della reclusione è stato un arcobaleno disegnato dai bambini accompagnato dallo slogan #AndràTuttoBene[3], campeggiava su lenzuola e cartelloni che, esposti da finestre e balconi, erano un augurio, un incoraggiamento che annunciava una possibile via d’uscita dalla crisi sanitaria, grazie alla resilienza che le comunità, le famiglie e i singoli avrebbero dimostrato.

 

Questa gestione e questa visione, per così dire inedite, dell’emergenza, hanno incrinato non poco il modello e il mito militare a cui spesso si fa riferimento. Tuttavia esse hanno goduto di breve vita dacché le forze dell’ordine hanno subito cercato di uscire dall’ombra (le armi servono a nulla contro un virus!) iniziando ad affermare il proprio ruolo, reinventandoselo in qualche maniera. I carabinieri, per esempio, sono apparsi nelle comunicazioni dei media e dei social network con un volto “più dolce”, quello femminile delle donne dell’arma che assistono e portano a casa aiuti alimentari alle persone bisognose o inabili, cercando sempre più di monopolizzare e centralizzare questa attività assistenziale; infine, DPCM dopo DPCM[4], di stringere l’intero Paese nell’asfissiante cappa di controllo di un’esorbitante macchina repressiva, volta al monitoraggio capillare dei movimenti individuali. Dalla lugubre scena delle 70 bare trasportate fuori Bergamo su mezzi militari all’esoso controllo aereo degli elicotteri che incombevano sulle festività pasquali di tutta Italia, vi è stato un crescendo di quella che potremmo definire la riappropriazione di un ruolo mancato. Culmine raggiunto dalla reazione aeronautica, della più vecchia retorica militarista, quella delle frecce tricolori del 2 giugno apparse nei cieli di tutta Italia, che lasciavano intravedere all’orizzonte le successive manifestazioni negazioniste del centrodestra.

L’esercito e le forze dell’ordine tutte in generale, nelle prime fasi, hanno mostrato quindi tutta l’inconsistenza del proprio ruolo di fronte ad un evento inaspettato in cui la mostra delle armi appare completamente inutile. E in questa corsa all’accaparramento dei ruoli è accaduto che, paradossalmente, una struttura che pure esiste – predisposta ai compiti di protezione nucleare batteriologica e chimica, il centro addestrativo di Nubich, nel comune di Rieti, pubblicizzata in passato anche dalla RAI – sia apparsa completamente inutile. Il centro svolge prevalentemente un ruolo addestrativo, anche dei paesi NATO e dei paesi stranieri, formando le forze armate nell’ipotesi di attacchi biologici o chimici in aree metropolitane o ferroviarie. Per questa formazione sono stati predisposti un vero e proprio villaggio e una stazione ferroviaria ipoteticamente volti alle esercitazioni di scopo. Ad oggi, però, questa struttura viene impiegata per addestramenti interforze ed anche per la formazione del personale dei Vigili del Fuoco, della Croce Rossa Italiana e della Protezione Civile.

A questo punto sorgono spontanei due quesiti:

Qual è stato il coinvolgimento delle forze armate nel momento iniziale e di apice della pandemia?

 

L’area addestrativa
esercitazione alla guerra batteriologica

esercitazione in metropolitana alla guerra NBC

la provocatoria ironia elle FFAA

 

 

Sono giustificate le risorse fin qui destinate agli inutili giochi di guerra?La pandemia da Covid 19 ha inoltre messo in luce la carenza di intervento e proposte in materia di DIFESA CIVILE.

Andiamo con ordine. Il Governo ha attivato una serie di misure prescindendo dagli interventi legislativi, ma ricorrendo allo strumento autoritario dei DPCM, strumento non avente forza (e legittimità) di legge, ma che ha comportato notevolissime restrizioni delle libertà personali e associative e finanche di culto. Tale strumento, dopo il 2 giugno, sta rivelando tutta la sua debolezza per gli effetti controproducenti che ha determinato sul piano del consenso, inizialmente molto alto per lo stesso Governo e per la Presidenza del Consiglio. E sul tema del consenso esso rivela tutta la sua fragilità. É possibile pensare a una gestione delle emergenze che prescinda dal consenso e dalla partecipazione popolare? L’autoritarismo senza autorevolezza è sempre intrinsecamente debole. Eppure i nonviolenti, almeno alcuni tra essi, avevano precise proposte sin dagli anni ’80. Il MIR aveva prodotto uno studio sul “rapporto tra protezione civile e Difesa Popolare Nonviolenta”, pubblicato come Quaderno della Difesa Popolare Nonviolenta numero 11 a firma di Luca Baggio della storica sede di Padova.

A questa ricerca sono seguiti i successivi convegni svolti a Bergamo e a Vicenza. L’approccio nonviolento dello studio del MIR ipotizzava una protezione civile nonviolenta, come strumento di TRANSARMO (riferendosi alle teorie di Erbert[5] e Galtung[6]), cioè come componente complementare alla “Difesa Popolare Nonviolenta”, il cui sviluppo proceda di pari passo al decrescere di ruolo, finanziamento e risorse del settore militare. Ciò per non creare un pericoloso vuoto di capacità difensiva del Paese, ruolo da affidare pertanto, progressivamente, a strutture esclusivamente civili e soprattutto comunitarie.

 

La ricerca individuava il ruolo dei nonviolenti particolarmente nelle materie della:

 

Prevenzione

Soccorso

Decentramento delle strutture.

 

L’idea di una protezione civile nonviolenta viene così definita: “l’azione svolta da una società nel suo insieme (istituzioni, gruppi organizzati, gente comune) di conoscenza, controllo, difesa delle persone e del proprio ambiente di vita dai rischi naturali e da quelli creati da strutture umane”.

“Una effettiva partecipazione popolare alla protezione civile, deve agire per essere veramente efficace a livello locale”. “La comunità locale assume un ruolo fondamentale, decisionale e di gestione, in ogni fase della protezione civile; solo essa è in grado di conoscere a fondo il proprio ambiente di vita e di tenerlo sotto controllo giorno per giorno ed è dunque essa che deve poter scegliere cosa poter difendere e come” (vedi fig.).

 

 

Vengono quindi individuati quali momenti chiave:

  1. La prevenzione
  2. La fase di soccorso
  3. La fase della post emergenza

La fase A della “prevenzione e del controllo permanente” deve essere gestita dalla comunità locale direttamente, coinvolgendo tutta la popolazione”.

“La prevenzione di questo tipo, inoltre, proprio perché coinvolge ogni settore della vita locale, dovrà inserirsi nella più ampia programmazione dell’uso dell’ambiente e dello sviluppo economico, che ogni comunità dovrebbe poter gestire direttamente”.

È quindi proposto uno schema di strategia nonviolenta nell’ambito della prevenzione:

 

  1. Lavoro di conoscenza
  2. Elaborazione delle esigenze preventive
  3. Informazione della popolazione
  4. Azione diretta di autoprotezione

 

Segnalo in particolare quanto proposto per la fase 4, azione diretta di autoprotezione.

“Realizzare subito le misure di prevenzione necessarie o per ottenerle dagli enti preposti inadempienti”.

“E’ questa la fase più importante perché proprio ora si dovranno utilizzare azioni nonviolente e abituare la popolazione a farne uso”.

“Ogni singola iniziativa di protezione civile nonviolenta farà acquisire al gruppo che si è impegnato e alla popolazione coinvolta l’esperienza significativa di una corretta strategia nonviolenta, abituando le persone a non delegare alle istituzioni il compito di difendersi dai rischi creati dalla vita quotidiana”.

Per quanto riguarda la fase del soccorso, “in cui intervengono i servizi di soccorso specializzati per eventi di particolare gravità”, “tali servizi devono rimanere sotto il controllo delle comunità locali interessate all’evento calamitoso. Anche nelle fasi di emergenza la gente deve mantenere un atteggiamento attivo: ognuno deve sapere come comportarsi in caso di pericolo e cosa fare per avviare autonomamente le azioni di soccorso necessarie”.“Qui gioca un ruolo fondamentale l’informazione precedente della popolazione” (fig.3).

“E’ necessaria una mentalità di autoprotezione, ovvero il non attendere che sia una struttura pubblica ad intervenire per far fronte ai pericoli, ma il prendersi carico dei problemi direttamente. É questo un punto su cui i nonviolenti devono impegnarsi seriamente, sia con iniziative proprie , sia all’interno delle strutture pubbliche di protezione civile”.

In tal senso si arriva a ipotizzare un “comitato per la protezione civile nonviolenta”, composto da tutti i gruppi di base operanti nel settore, oppure dei giovani in servizio civile precettati presso le strutture locali di protezione civile.

Tra i compiti dei nonviolenti viene inoltre indicato l’approfondimento teorico e l’impegno a livello legislativo. In tal senso si ipotizza un ruolo attivo rispetto alla produzione legislativa in materia e un coinvolgimento degli obiettori di coscienza in servizio civile (con compiti di informazione, educazione e coinvolgimento della popolazione locale) e della allora “campagna di obiezione alle spese militari”, proponendo l’inserimento d’iniziative di Protezione Civile nonviolenta, tra le iniziative da finanziare con l’allora fondo degli obiettori fiscali.

Tutta questa riflessione prendeva le mosse dall’esperienza degli allora recenti terremoti del Friuli e dell’Irpinia e della più lontana ma fondamentale esperienza del Belice. Bisogna considerare come gran parte degli interventi pianificati dalle successive normative risalgano alle misure rivendicate dalle lotte nonviolente dei comitati popolari nel Belice[7] animati da Danilo Dolci, con il centro per lo sviluppo creativo e da Lorenzo Barbera con il CRESM, con la partecipazione di Mons. Antonio Riboldi[8] allora parroco di Santa Ninfa. Da notare come il riconoscimento del Servizio Civile risalga proprio alle rivendicazioni dei giovani del Belice che si rifiutavano di partire per il servizio di leva[9], e poter continuare a servire in loco la propria comunità ferita dal terremoto.

Questo basta a cogliere il potenziale legame tra le tematiche nonviolente e quelle degli interventi di difesa e di protezione civile. Filone di riflessione purtroppo trascurato col procedere del tempo.

Ma la linea di riflessione fu presto abbandonata, a seguito dei successivi conflitti nei Balcani, in Jugoslavia e in Kosovo, ai quali furono dedicate notevoli risorse umane, intellettuali, economiche.

Tale nuovo approccio, legato all’opera di Alberto L’Abate e di Etta Ragusa, trovò il sostegno particolare delle espressioni laiche e accademiche della nonviolenza, più distanti dal precedente approccio, tant’è che non se ne trova traccia nelle loro pubblicazioni, che prediligono la definizione di “difesa civile” a quella di Difesa Popolare Nonviolenta, in Italia legata alle pubblicazioni di Antonino Drago.

Il tema della Difesa Civile “nonviolenta”, è stato in seguito sviluppato in iniziative e campagne, con una petizione e una proposta di legge al parlamento, legata ai rapporti di collateralismo di alcune associazioni con alcuni soggetti politici a sinistra del PD, che poi non hanno riconfermato l’elezione dei parlamentari proponenti[10], proposta che oggi viene rilanciata con una petizione, ma che ancora non trova firmatari in parlamento. Bisogna vieppiù considerare che nella normativa italiana già in atto esista una duplicazione di interventi tra la “Protezione civile”, di cui allo studio del MIR, e la “Difesa civile” legata al dipartimento da cui dipendono i Vigili del Fuoco.

L’attuale Difesa Civile prevede già una precisa catena di comando qui descritta nello schema allegato.

Questa struttura è fortemente militarizzata e verticistica e quanto mai distante da quanto teorizzato nelle proprie elaborazioni dai nonviolenti[11]. Bisogna considerare come già esista una duplicazione di strutture tra Protezione Civile e Difesa Civile, alla quale alcuni vorrebbero aggiungere il finanziamento un’ulteriore Difesa Civile nonviolenta, che sembra non toccare gli assetti delle preesistenti strutture.

 

Analogamente a quanto elaborato per le principali calamità di Protezione Civile, legate ai fenomeni di gestione del territorio e di dissesto idrogeologico, in campo sanitario il ruolo di una difesa civile

 nonviolenta parte dai compiti di prevenzione, educazione e assistenza a quanti sono colpiti dall’evento calamitoso. I campi d’intervento della prevenzione sono, vaccinazioni, screening di massa, educazione a nuovi stili di vita, gestione dei cicli dell’acqua e dei rifiuti, abbattimento degli inquinanti atmosferici, urbanistica, sorveglianza della catena alimentare, organizzazione dei servizi sanitari.

 

In campo sanitario la prevenzione si distingue in:

  • prevenzione primaria, con interventi a carattere sociale (medicina del lavoro, norme igieniche);
  • prevenzione secondaria,con interventi di diagnosi precoce;
  • prevenzione terziaria, con il controllo dei rischi di complicanze;
  • prevenzione quaternaria, col controllo dei rischi di ipermedicalizzazione.

La prevenzione in campo sanitario non può prescindere dalla ridiscussione della distribuzione delle strutture sanitarie, dal numero dei posti letto falcidiati dalle politiche recenti e dalla logica della pianificazione dei LEA (livelli essenziali di assistenza). Il punto di crisi del sistema sanitario è stato l’inadeguata distribuzione delle terapie intensive e dei ventilatori polmonari, necessari per i malati con patologia più acuta.

Questo ci interroga sui criteri di investimento dello Stato, iniquamente sbilanciato verso spese militari piuttosto che verso le spese sociali e sanitarie. Ciò è stato causato anche da uno svuotamento della riforma sanitaria e da una perdita di controllo da parte della società civile delle scelte sanitarie delle amministrazioni periferiche. Il decentramento di tali scelte e il loro controllo dovrebbe essere invece il perno di una politica partecipativa nonviolenta, come elaborato ai tempi dalla riflessione degli allora obiettori di coscienza in servizio civile in campo sanitario ed ospedaliero.

Mentre le attese dei mass-media si concentrano sull’attesa salvifica di un vaccino, probabilmente, per i nonviolenti sarebbe più interessante l’incentivazione dei cittadini alla partecipazione, e anche quella dei malati, attraverso il coordinamento del loro associazionismo.

In proposito ricordo come risalga a Danilo Dolci la battaglia per una pianificazione territoriale che prevedesse scelte di controllo popolare in favore dell’istituzione di un ospedale nelle aree del terremoto del Belice, l’ospedale di Partinico, oggi uno dei primi “ospedali Covid” della Sicilia occidentale. Questa fu una scelta illuminata di una nonviolenza non libresca, che parte dalla lettura del territorio e dal dialogo con cittadini, utenti ed operatori, per arrivare a scelte condivise e di sviluppo. La crisi della pandemia ci ha indicato altri temi legati alla prevenzione, quali l’adozione di nuovi stili di vita che comportano il cambiamento degli stili alimentari – in particolare la riduzione del consumo di carne, contro la logica dei mega allevamenti, responsabili di deforestazione e inquinamento – e l’intervento sulle scelte relative agli stili abitativi e alle modalità del trasporto.

Per quanto attiene la tempestività del soccorso, la crisi causata dal Covid, pare abbia messo in discussione le bipartisan politiche sovraniste ostili nei confronti delle ONG, le quali hanno affermato anche via terra il loro imprescindibile ruolo di soccorso, evidenziando come ciò sia possibile unicamente grazie al concorso di tanti che supportino l’opera dei team più professionalizzati. E, accanto alle ONG, va ricordato il prezioso concorso alla solidarietà internazionale da parte di tanti medici venuti in soccorso dall’estero, spesso da paesi solitamente percepiti come non solidali, se non addirittura ostili.

A tal punto, il rilancio dell’obiezione fiscale, campagna avviata in Italia dall’iniziativa di Rocco Campanella, potrebbe essere una concreta misura che potremmo proporre come apporto della nonviolenza alla lettura di questi giorni, offrendo un’opportunità d’azione a quanti volessero dare il proprio contributo personale e collettivo. Probabilmente sarebbe meglio parlare di opzione fiscale, ovvero la richiesta dal basso, di non voler sostenere le ingenti spese militari, chiedendo di poter destinare l’equivalente importo delle proprie tasse alle ONG (ed istituzioni sanitarie) impegnate contro il Covid19, chiedendo di poter detrarre l’equivalente somma dalle proprie tasse annuali.

Tuttora alcune centinaia di contribuenti proseguono la pratica dell’obiezione fiscale, probabilmente lo scandalo di questi giorni ci aiuterebbe a coinvolgere nell’azione un maggior numero di persone, limitando al contempo petizioni o appelli autoreferenziali. Non si tratterebbe della semplice rievocazione di una passata campagna, ma della rielaborazione di un nuovo percorso con aggiornati metodi ed obiettivi.

[1] La Difesa Popolare Nonviolenta in Italia è stata divulgata dapprima con una serie di pubblicazioni e convegni che ne hanno reso note le elaborazioni teoriche prodotte all’estero, successivamente i contributi autonomi locali ne hanno incrementato la diffusione. Negli ultimi anni la prospettiva si è focalizzata sui corpi civili di pace – avendo messo a frutto le iniziali esperienze condotte, dagli attivisti nonviolenti, durante e dopo le guerre nelle ex repubbliche jugoslave e avendo cercato di attuare le interlocuzioni politiche con i governi dell’epoca, nonché la vicinanza ad alcune forze politiche. Il Principale risultato istituzionale di questo lavoro è stata la nascita del Comitato per la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta (DCNAN): frutto di numerose iniziative che si sono proposte nel tempo a seguito di quanto disposto dall’articolo 8, comma 2, lettera e), della legge 8 luglio 1998, n. 230 (che affida all’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile il compito di “predisporre, d’intesa con il Dipartimento della Protezione Civile, forme di ricerca e di sperimentazione di “difesa civile non armata e nonviolenta”). Già a partire dal 2001 l’Ufficio proponeva iniziative relative a forme di ricerca e sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta sulla base di un ordine del giorno della Camera dei Deputati del 14 aprile 1998. Il primo Comitato è stato costituito con DPCM del 18 febbraio 2004 successivamente integrato dal DPCM del 29 aprile 2004 ed ha operato fino al termine della XIV legislatura. Successivamente il Ministro della Solidarietà Sociale ha confermato il Comitato con decreto in data 27 dicembre 2007. L’attuale Comitato è stato ricostituito dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sen. Carlo Giovanardi, con DPCM 19 gennaio 2010, integrato con DPCM 27 aprile 2010, DPCM 20 ottobre 2010, DPCM 21 dicembre 2010. Tale organismo è composto da diciotto membri, sei dei quali rappresentano le Amministrazioni centrali maggiormente coinvolte (Dipartimento per la protezione civile; Esteri; Difesa; Interno; Regioni e Province Autonome; ANCI), mentre i restanti sono individuati in quanto esperti in materia di difesa civile non armata e nonviolenta.

Il Comitato ha il compito di elaborare analisi, predisporre rapporti, promuovere iniziative di confronto e ricerca al fine di individuare indirizzi e strategie di cui l’Ufficio nazionale per il servizio civile possa tenere conto nella predisposizione di forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta (http://www.serviziocivile.gov.it).

[2]“Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto insignire dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica un primo gruppo di cittadini, di diversi ruoli, professioni e provenienza geografica, che si sono particolarmente distinti nel servizio alla comunità durante l’emergenza del Coronavirus. I riconoscimenti, attribuiti ai singoli, vogliono simbolicamente rappresentare l’impegno corale di tanti nostri concittadini nel nome della solidarietà e dei valori costituzionali”. Così in un comunicato del Quirinale. https://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2020/06/03/-coronavirus-mattarella-nomina-cavalieri-al-merito-_05dcb0ef-85ef-4077-96ba-9e6e0642f91a.html

[3] Hastag lanciato dalla prima zona rossa, dall’ins. Barbara Grisanti di Castiglione d’Adda, agli inizi del mese di Marzo: https://www.icssomaglia.edu.it/tutto-andra-bene-proposta-di-solidarieta/

[4] http://www.governo.it/it/coronavirus-normativa

http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_LaStrutturaRegionale/PIR_Assessoratoistruzioneeformazioneprofessionale/PIR_PubblicaIstruzione/PIR_Infoedocumenti/PIR_Avvisiecomunicazioni/PIR_Avvisieinformazioni

[5] EBERT T. La Difesa Popolare Nonviolenta, trad. A. Zangheri, Ed. Gruppo Abele, Torino, 1994.

[6] Imperialismo e Rivoluzioni: una teoria strutturale, Rosenberg & Sellier, Torino, 1977; Ambiente, Sviluppo e Attività Militare, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1984; Ci sono alternative!, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1986; Gandhi oggi. Per una Alternativa politica nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1987; Pace con mezzi pacifici, Ediz. Esperia, Milano, 2000; La trasformazione dei conflitti con mezzi pacifici: il Metodo Transcend, U.N.D.P, Centro Studi Sereno Regis, Torino, 2006; Affrontare il conflitto: Trascendere e Trasformare, Ediz.Plus, Pisa, 2008.

[7] Cfr. Belice, lo stato fuorilegge, a cura dei Comitati popolari, del Comitato anti-leva ricostruzione sviluppo e del Centro studi iniziative Valle del Belice.

[8] https://www.tpi.it/news/belice-lotte-civili-dopo-terremoto-2019011583164/

[9] Un’importante lotta guidata da Lorenzo Barbera nel 1970 è quella in favore del servizio civile come alternativa al servizio militare per i giovani belicini. L’iniziativa è portata avanti attraverso la formazione dei “comitati anti-leva” a Partanna e in vari comuni del Belice. Dapprima i comitati organizzano una marcia verso Palermo, contrastata però con durezza dai carabinieri (con, al comando, il colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa), nei giorni seguenti i giovani coinvolti nella protesta vengono arruolati con la forza e Lorenzo Barbera viene incarcerato. L’indignazione dell’opinione pubblica spinge lo Stato a rilasciare Barbera che organizza una nuova manifestazione dei comitati a Roma. Con l’aiuto del Presidente della Camera Sandro Pertini si organizzano incontri di rappresentanti dei manifestanti con i gruppi parlamentari per discutere la loro richiesta di legge. Al nono giorno il governo cambia strategia e fa reprimere la manifestazione con la forza. Il presidente della Camera Pertini si dissocia subito dall’uso della forza e, sull’onda della nuova indignazione, i manifestanti rianimano la protesta. Il giorno successivo, il parlamento approva la legge che riconosce il gesto di disobbedienza civile dei giovani del Belice e permette loro di svolgere il servizio civile, con attività utili alla ricostruzione del loro territorio, al posto del servizio militare. Solo nel 1972 viene approvata la legge che consente l’obiezione di coscienza per tutti gli italiani.

 

[10] PDL n° 3484 Marcon, Zanin, Basilio, Sberna, Civati, Artini “Istituzione del Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri” 10 dicembre 2015 , PDL successivo al PDL 1490 del sen. Russo Spena “Norme per l’esercizio dell’opzione fiscale in materia di spese per la difesa e istituzione del Dipartimento per la difesa civile nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri” 17 ottobre 1996.

[11] https://www.aopapardo.it/wp-content/uploads/2019/04/Piano-NBCR-parte-II.pdf

 

 

articolo pubblicato su :

https://http://www.academia.edu/43336013/Difesa_popolare_nonviolenta_e_misure_anti_Covid19

slideshare.net/locasciofrancesco/difesa-popolare-nonviolenta-e-misure-anti-covid-19

https://www.pressenza.com/it/2020/06/difesa-popolare-nonviolenta-e-misure-anti-covid-19/

La Pace come cammino di speranza

 

 

Ogni guerra si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana.

 

L’attentato USA a Baghdad contro Qasem Soleimani, comandante della della Niru-ye Qods (in lingua persiana “Brigata Santa”, a volte chiamata anche Forza Quds dalla stampa occidentale, l’unità delle Guardie Rivoluzionarie komeiniste) è un grave atto che destabilizza tutto il medio Oriente.

È un crimine di guerra, compiuto da uno stato straniero, gli USA, sul territorio di altro stato, l’Irak, oramai privo della propria sovranità, teatro di guerre pilotate da potenze straniere da tre decadi, come se fosse cosa normale. Come accade in Siria e come accade in Libia.

 

Qasem Soleimani era a capo di tutte le milizie filo-iraniane presenti in Iraq, Siria, Libano, Gaza, ed oltre, dove ha avuto non poche responsabilità nei conflitti attualmente in atto. Ma la sua morte si configura quale una vera e propria esecuzione extragiudiziale, un crimine di guerra, negazione del diritto internazionale.

 

Trump, in difficoltà per la procedura di impeachment e per l’approssimarsi delle elezioni, ha creato una occasione di conflitto esterno per ricompattare il proprio consenso dando un assist agli ayatollah in difficoltà per le manifestazioni interne all’Iran e al barcollante governo iracheno contestato dalla “bella rivoluzione” che da mesi riempie le piazze. Questo attentato anticipa gli incontri diplomatici tra gli attori dell’area, come quello tra Erdogan e Putin, protagonisti del conflitto in Siria, in Rojava ed ora in Libia e nel Mediterraneo. Intanto le atomiche, sin ora schierate in Turchia, sembrano essere ricollocate nelle basi nato italiane e aggiunte alle 90 testate già presenti nel nostro paese.

 

Nel frattempo, con una guerra alle porte in Libia, con l’impiego di mercenari russi ed ora turchi, la politica italiana continua a guardarsi l’ombelico, dimostrando la propria pochezza ed inconcludenza.

 

In questo contesto di guerra una parola di speranza e di Pace ci viene da Papa Francesco.

 

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno[1], Papa Francesco dichiara: “La guerra, lo sappiamo, comincia spesso con l’insofferenza per la diversità dell’altro, che fomenta il desiderio di possesso e la volontà di dominio. Nasce nel cuore dell’uomo dall’egoismo e dalla superbia, dall’odio che induce a distruggere, a rinchiudere l’altro in un’immagine negativa, ad escluderlo e cancellarlo. La guerra si nutre di perversione delle relazioni, di ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro e della differenza vista come ostacolo; e nello stesso tempo alimenta tutto questo”.

 

 

La paura è spesso fonte di conflitto.

 

Nel “Discorso sulle armi nucleari”, pronunciato a Nagasaki, presso il Parco “Atomic Bomb Hypocenter”, il 24 novembre 2019, Papa Francesco ha infatti detto che: “Il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo. La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani”.

 

“Ogni situazione di minaccia alimenta la sfiducia e il ripiegamento sulla propria condizione. Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace.

 

Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente?

 

Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo”.

 

Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni. Infatti, non si può giungere veramente alla pace se non quando vi sia un convinto dialogo di uomini e donne che cercano la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse.

 

“Si tratta di abbandonare il desiderio di dominare gli altri e imparare a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli. L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza”.

 

La cultura dell’incontro tra fratelli e sorelle rompe con la cultura della minaccia. Rende ogni incontro una possibilità e un dono dell’amore generoso di Dio. Ci guida ad oltrepassare i limiti dei nostri orizzonti ristretti, per puntare sempre a vivere la fraternità universale, come figli dell’unico Padre celeste.

 

Come dichiara l’appello di 23 comunità di fede USA:

  • “… Tutte le parti devono iniziare ri-umanizzare l’un l’altro senza scusare azioni ingiuste e violente.
  • L’amministrazione statunitense deve fermare gli attacchi violenti e le escalation militari.
  • Deve tornare a un processo diplomatico, riconoscendo che una pace duratura richiede un impegno per il benessere condiviso di ogni essere umano, dall’Iran agli Stati Uniti e ovunque nel mezzo.
  • Il Congresso degli Stati Uniti deve agire per riaffermare i suoi poteri di guerra rifiutando l’autorizzazione per la guerra con l’Iran e relativi attacchi e per bloccare i finanziamenti per la guerra con l’Iran.
  • Le azioni e la strategia degli Stati Uniti nella regione devono affrontare le cause profonde del conflitto, come sfiducia, trauma, risorse economiche e influenza politica.
  • Tutti noi dobbiamo sostenere azioni creative non violente di resistenza a qualsiasi azione ingiusta e violenta.
  • Come comunità di fede, rinunciamo all’escalation della violenza e chiediamo agli Stati Uniti di lavorare per una pace duratura con l’Iran”.

 

 

In considerazione dei rischi per la Pace Nel Mediterraneo, auspichiamo quindi:

 

  1. 1. Che la parola passi dalle armi al dialogo, che possano essere trovate al più presto soluzioni di pace a partire da un dialogo tra tutte le parti coinvolte nello scacchiere mediorientale;
  2. Che cessino le azioni militari da parte di USA e Russia e delle potenze regionali oggi coinvolte nei conflitti in atto nella regione;
  3. Che si desista dalle guerre per procura e dall’impiego di forze mercenarie, come in Siria e Libia;
  4. Che vengano ritirate le basi militari straniere oggi presenti nei diversi paesi dell’area;
  5. Che si trovi una soluzione multilaterale ai rischi di proliferazione nucleare nell’area;
  6. Che cessi la minaccia dell’uso della forza e della ritorsione militare, la minaccia alle città ed alla popolazione inerme, la minaccia di distruzione del patrimonio culturale dei popoli;
  7. Che venga assicurato a tutti i popoli e minoranze la tutela ed il rispetto dei diritti umani, oggi violati gravemente in tutti i paesi dell’area;
  8. Che cessi la minaccia nei confronti dei profughi dei conflitti e il loro strumentale uso come arma di ritorsione e minaccia ai paesi confinanti;
  9. Che le città e le realtà della società civile e ong possano costituirsi quale vera e propria rete di ambasciate di pace.

 

Chiediamo in oltre che:

  1. Siano forniti chiarimenti sull’impiego dei droni nella base di Sigonella e nelle basi italiane, in particolare in reazione all’eventuale coinvolgimento delle basi italiane in uccisioni illegali, alcune delle quali potrebbero equivalere a crimini di guerra o esecuzioni extragiudiziali;
  2. Sia avviato il ritiro dei contingenti militari da Iraq e Afghanistan;
  3. Vengano forniti chiarimenti sulla sicurezza del contingente italiano UNIFIL in Libano, sulla durata di tale missione e sulla sua conclusione;
  4. Siano congelati gli acquisti degli F-35, veicoli a capacità nucleare;
  5. sia ritirata l’attuale presenza militare italiana in Libia, sostituendola con una presenza ONU e con personale non militare.
  6. i fondi europei, piuttosto che alle milizie libiche o ad improbabili operazioni di rimpatrio di massa, andrebbero destinati a missioni di soccorso in mare. Vanno superati i veti incrociati al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed adottare in quella sede una risoluzione sula garanzia di zone sicure smilitarizzate in Libia, in modo da garantire anche la popolazione libica residente, e sui soccorsi umanitari in mare.

 

Sosteniamo in oltre la dichiarazione delle 23 comunità religiose USA[2] che “condannano la pericolosa aggressione degli Stati Uniti verso l’Iran, incluso l’assassinio del generale Qassem Soleimani e lo spiegamento di ulteriori truppe nella regione. Esortiamo l’Amministrazione a fare un passo indietro dall’orlo della guerra.

Le nostre comunità di fede vedono l’inutilità della guerra e il suo potere di disumanizzare. Sappiamo che la prosperità umana comporta la rottura dei cicli di violenza, l’essere coraggiosi operatori di pace e concentrarsi sulle cause profonde del conflitto. Il conflitto violento è un percorso di reciproca distruzione”.

 

Con la Rete della Pace affermiamo che “tocca a ognuno di noi, e tutti insieme, costruire proposte e politiche alternative alla produzione ed al commercio delle armi, alternative alle dittature ed alle teocrazie, alternative allo sfruttamento selvaggio del lavoro e delle risorse naturali.

 

Questa è la strada della Pace, che dobbiamo tracciare insieme agli altri movimenti che condividono questo percorso, unendo le lotte e le proteste dei diversi movimenti attivi nei paesi del Medio Oriente, esigendo un cambio radicale delle attuali politiche dei governi nazionali, dell’Unione Europea come della Lega Araba, rimettendo alle Nazioni Unite il ruolo di tutela e di rispetto delle regole internazionali e del rispetto dei diritti umani.

 

E’ ora di dire basta, occupando le piazze in modo pacifico e nonviolento, per ribadire tutti insieme il rifiuto alle guerre, alle ingiustizie ed alle diseguaglianze.

Per una coalizione internazionale a sostegno della pace e della giustizia in Medio Oriente”.

 

MIR Palermo, Pax Christi, Azione Cattolica – Arcidiocesi di Palermo, Apriti Cuore, AGESCI zona Conca d’Oro, ACLI Provinciali Palermo, ERRIPA, Movimento dei Focolari, Movimento Politico Per l’Unità, associazione Meediterraneo, Gruppo universitario Exodus, Centro Astalli, Centro Arrupe, Associazione Le Rose Bianche, Rivista Poliedro, delegato provinciale per l’ecumenismo e il dialogo dei Frati Minori di Sicilia, Centro Tau, ProViDe, Laici Comboniani.

[1] http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20191208_messaggio-53giornatamondiale-pace2020.html

[2] American Friends Service Committee

Center on Conscience and War

Christian Peacemaker Teams

Church of the Brethren Office of Peacebuilding and Policy Churches for Middle East Peace

Coalition for Peace Action

Columban Center for Advocacy and Outreach Conference of Superiors of Men (Catholic)Congregation of Our Lady of Charity of the Good Shepherd, US Provinces Faith in Public Life

Franciscan Action Network

Friends Committee on National LegislationLeadership Conference of Women Religious

Maryknoll Office for Global Concerns

Mennonite Central Committee U.S.

National Advocacy Center of the Sisters of the Good Shepherd National Campaign for a Peace Tax Fund

Presbyterian Church (USA)

Provincial Council Clerics of St. Viator

Sisters of Mercy of the Americas- Institute Leadership Team Unitarian Universalist Association

United Church of Christ, Justice and Witness Ministries

The United Methodist Church – General Board of Church and Society

Incontro del Vescovo don Corrado Lorefice con la Consulta della Pace e le associazioni nonviolente.

(foto di Rosellina Garbo)

Oggi 09 Novembre 2019, Don Corrado Lorefice, Vescovo della diocesi di Palermo, ha incontrato la Consulta per la Pace  del Comune di Palermo e le sue associazioni nonviolente.

Il Portavoce della Consulta Francesco Lo Cascio ha presentato i due anni di attività di questo organismo di partecipazione dell’amministrazione comunale.

E’ stato presentato un documento riassuntivo che illustra tutte le attività svolte, i convegni, le iniziative culturali, la partecipazione alle iniziative di Palermo Capitale della Cultura, la settimana della pace svolta in primavera, le attività di educazione alla Pace, i concorsi fotografici per gli studenti.

Le associazioni nonviolente, come il MIR di Palermo, hanno presentato la trentennale presenza a Palermo e le loro svariate attività.

I presenti all’incontro hanno illustrato i loro diversi campi di  attività, della pastorale sociale e del lavoro, all’ecumenismo, alla Caritas, all’impegno missionario e per la cooperazione internazionale, alle iniziative per la salvaguardia del creato.

L’arcivescovo ha mostrato parole di consenso e compiacimento, ricordando la figura di Dossetti e le sue iniziative per la promozione della pace e della giustizia.

Sono state quindi ricordate le difficili condizioni dei migranti e l’importante ruolo di assistenza delle ONG.

Al termine dell’incontro sono stati presentati i progetti futuri, dalla partecipazione alla Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, alle iniziative di educazione alla Pace e la promozione nella diocesi di Palermo di un Punto Pace di Pax Christi, associazione cattolica per la Pace.

 

Giornale di Sicilia 10/11/19 p. 16

APPELLO CITTADINO PER IL RITIRO DEI MILITARI ITALIANI DALLA TURCHIA se

armi-3-8Esprimiamo tutta la nostra preoccupazione e condanna per l’invasione Turca dei territori Curdi del nord della Siria.

Un’aggressione mascherata da operazione antiterrorismo che ingenerosamente colpisce una popolazione che ha tanto sofferto in questi prolungati anni di guerra all’ISIS e che tanto ha contribuito con il proprio sangue alla sconfitta sul campo di Daesh.

 

La convivenza tra la popolazione turca e curda in queste regioni è stata storicamente possibile e potrà esserlo ancora solo se lo Stato Turco accetti di sedersi a un tavolo di trattative con i rappresentanti curdi, con pari dignità, per trovare un accordo sul riconoscimento e indipendenza dei loro territori.

La comunità internazionale, l’Europa, l’Italia, hanno ancora fresco un debito di riconoscenza nei confronti delle donne e degli uomini curdi che si sono battuti fino alla morte per fermare il comune nemico Daesh e salvaguardare la sicurezza e serenità dell’Europa e del nostro Paese, di noi tutti.

 

Invece l’Italia sostiene militarmente il paese aggressore, con commessi militari[1], e con la presenza di propri militari e batterie di missili terra aria SAMP/T schierati sui confini della Siria[2].

samp

 

Chiediamo quindi che il governo italiano:

  • ritiri immediatamente dall’area, le truppe e le batterie di missili terra aria SAMP/T attualmente schierati a Kahramanmaras;
  • sospenda ogni collaborazione militare con la Turchia, sia addestramento, che commercio d’armi e cooperazione dell’industria bellica (nel rispetto della legge 185/90, che vieta le esportazioni militari verso i paesi belligeranti).

 

Chiediamo che si avvii immediatamente, in tutte le sedi internazionali, una forte e decisa azione diplomatica affinché:

 

  • cessino immediatamente le ostilità e si fermino le manovre di invasione del territorio siriano abitato storicamente dalla popolazione curda;
  • si dia mandato senza esitazioni a una delegazione internazionale che garantisca in loco la fine delle ostilità, il rispetto dei confini, il diritto internazionale; • si provveda all’invio di soccorsi per le vittime e per i profughi del conflitto.

Consulta cittadina per la pace, la nonviolenza, i diritti umani, il disarmo

Acli Palermo, Mir Palermo, WILPF, Accademia di psicologia applicata APA, Come una marea, Palermo Pride, Centro Arcobaleno 3P, Hryo, Sail Race Accademy.

 

[1] Negli ultimi 4 anni, L’Italia ha venduto alla Turchia 890 milioni di euro in armamenti e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro.

Nel 2018 il valore delle esportazioni in Turchia di “materiali d’armamento” autorizzate dal ministero degli Esteri è stato di 362,3 milioni di euro, con un aumento del 36% rispetto all’anno precedente (266,1 milioni), si legge nella relazione governativa al Parlamento.

Ankara è da molti anni uno dei maggiori clienti dell’industria bellica italiana e le forze armate turche hanno diversi elicotteri T129, di fatto una licenza di coproduzione degli elicotteri d’attacco italiani di AW129 Mangusta. Nel 2018 sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva. Tra i materiali autorizzati: armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7 millimetri, munizioni, bombe, siluri, arazzi, missili e accessori oltre ad apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili e software.

In particolare nel 2018 sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva per un controvalore di oltre 360 milioni di euro (fonte: Rete Italiana Disarmo su dati parlamentari).

 

[2] Inoltre l’Italia partecipa alla missione NATO Active Fence con 130 unità di personale militare, nella base di

Kahramanmaras. Il fabbisogno finanziario della missione è stimato in euro 11.794.944 (Senato,17° legislatura relazione 25, schede 37- 42)

Dal 12 ottobre 2016 è presente in Turchia un contingente italiano, il 4° Reggimento Artiglieria Controaerei “Peschiera”.

L’Italia schiera in Turchia la batteria dei SAMP/T italiani, con il supporto di un altro velivolo radar AWACS (Airborne Warning and Control System).

Il sistema antiaereo e antimissile a medio raggio SAMP/T è stato sviluppato dal consorzio europeo “Eurosam” formato dalle aziende MBDA Italia (gruppo Leonardo-Finmeccanica) e Thales (Francia). Basato sul missile intercettore “Aster 30” con un raggio sino a 100 km e una velocità massima di 1.400 m/s.

Difficile non notare che dopo l’abbattimento da parte di un F-16 turco di un bombardiere russo il 24 novembre 2016, tutti i partner NATO hanno ritirato le loro batterie di missili terra-aria dal sud della Turchia, tranne l’Italia. (dati: Analisidifesa.it)

 

Kahramanmaras